L’incipit del “De Tranquilitate Animi” di Lucio Anneo Seneca rende benissimo come mi sono sentito nell’ultimo anno:
Ero immerso nell’introspezione, Seneca, ed ecco mi apparivano alcuni vizi, messi allo scoperto, tanto che potevo afferrarli con la mano: alcuni più nascosti e reconditi, altri non costanti, ma ricorrenti di quando in quando, che definirei addirittura i più insidiosi, come nemici sparpagliati e pronti ad attaccare al momento opportuno, con i quali non è ammessa nessuna delle due tattiche, star pronti come in guerra né tranquilli come in pace. Tuttavia ho da criticare soprattutto quell’atteggiamento in me (perché infatti non confessarlo proprio come a un medico?), vale a dire di non essermi liberato in tutta sincerità di quei difetti che temevo e odiavo e di non esserne tuttavia ancora schiavo; mi ritrovo in una condizione se è vero non pessima, pur tuttavia più che mai lamentevole e uggiosa: non sto né male né bene.
Continuando a leggere, ecco che salta fuori la risposta alla domanda più difficile, quella a cui non riuscivo a darmi una risposta: perché, se Dio si prende cura del mondo, accadono ai buoni tante disgrazie? La risposta è nel “De Providentia“:
Tra gli uomini virtuosi e la divinità c’è uno stretto legame di amicizia, costituito dalla virtù, anzi un legame più che di amicizia, di parentela e di somiglianza inquantoché l’uomo buono differisce da Dio solo per via del tempo, voglio dire perché non è eterno come lui, che, da quel padre meraviglioso che è, ma anche esigente in fatto di virtù, lo educa quale suo figlio vero, e discepolo ed emulo, più duramente di quanto non educhi gli altri, come del resto fanno tutti i padri severi. Perciò quando vedi gli uomini buoni – che come ho detto sono cari a Dio – affannarsi, sudare e arrampicarsi lungo difficili pendii, mentre i malvagi se la spassano e nuotano nei piaceri lascivi della carne, pensa quanto ci diletti vedere i nostri figli costumati di fronte a quelli, sfacciati, della servitù, e come mentre i nostri li teniamo a freno con una dura disciplina alimentiamo così la sfrontatezza degli altri. La stessa idea devi farti di Dio: Egli non tiene l’uomo buono in mezzo ai piaceri, ma lo mette alla prova, lo irrobustisce, e in questo modo lo fa degno di sé. “Ma se vuole farli degni di sé, per quale ragione Dio manda ai buoni tante discrazie?” Innanzitutto ti ripeto che a un uomo buono non può capitare nulla che possa dirsi propriamente un male: i contrari, infatti, non si mescolano fra loro.
Ecco come ho trovato le risposte alle domande che tanto mi hanno bloccato e assillato. Ma l’essere stoico è più del semplice significato moderno: è accettare e riconoscere la filosofia stoica.
PS Continuando a cercare, viene fuori un’altro stoico al quale mi sento particolarmente affine: Marco Porzio Catone Uticense.
- L’Uticense venne e viene comunemente accusato di poco tatto politico e di incapacità di compromesso, requisiti necessari in politica di fronte a pieghe pericolose che il corso degli eventi potrebbe prendere. Ma la sua natura era quella, per di più confortata dalla morale stoica che non conosceva vie di mezzo di fronte alla rettitudine nel comportamento, da perseguire sempre e fino in fondo a costo della morte.
- È chiamato l’Uticense per due motivi: per distinguerlo da Catone il Censore (suo bisnonno) e perché guidò gli anticesariani a Utica, nella provincia della Numidia. Ebbene, io ho vissuto una parte della mia vita in un’altra Utica.
Questo è quanto ho scoperto su me stesso. So bene che la ricerca di se stessi non ha mai fine, ma devo ammettere che come punto di (ri)partenza mi piace molto.

